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Giugno di pomodori verdi


Giugno è l'attesa, assolutamente umanamente ingenua, di un giusto compenso per la fatica. È il tempo in cui si spera che lo studio porti conoscenza, che la preparazione del terreno si trasformi in raccolto, che la cura quotidiana delle cose restituisca almeno una parte di ciò che ha richiesto.

È anche il mese in cui affiora il peso del cambiamento interiore: quel lento e faticoso allontanarsi dalle abitudini, dalle illusioni e dalle immagini rassicuranti che abbiamo costruito di noi stessi. Cambiare significa rinunciare a ciò che era familiare senza avere la certezza di ciò che verrà, cambiare perché l'estate ha sempre vinto ed il raccolto fotografato e celebrato in una sola unica foto, era nulla di funzionale al vivere.

Giugno è l'ascolto preoccupato del temporale in arrivo. Le nuvole nere e gonfie si accumulano all'orizzonte, cariche di pioggia o di distruttrice grandine. Il caldo, già feroce da maggio, prosciuga le energie e toglie al terreno indurendo la sua capacità di fecondare e accogliere la vita.  Intorno, parassiti e opportunisti attendono il momento favorevole, pronti a trarre beneficio dalla frescura e dall'abbondanza create con pazienza e lavoro.

È il mese in cui ci si scopre a fissare il vuoto, cercando una ragione che giustifichi lo sforzo. Una logica che dia senso alle energie investite, al tempo speso, alle rinunce accumulate lungo il cammino.

Giugno è anche il fresco artificiale di un supermercato, i parcheggi all'ombra, la verdura lucidata sotto luci perfette. Un rito quotidiano salvifico e rassicurante, reso possibile dall'immenso sforzo economico e organizzativo di una società che ha costruito un ecosistema artificiale capace di dominare la natura, ma al prezzo di allontanarsene per infine temerla. Lupo solitario impaurito dalle auto di acciaio sfreccianti su sentieri di asfalto, che vaga fra i coltivi regolari seminando antichi terrori.

Forse giugno è proprio questo: il confine tra ciò che abbiamo seminato e ciò che speriamo di raccogliere. Un mese sospeso tra fiducia e disincanto, tra natura e artificio, tra il desiderio di una ricompensa e il dubbio che nessuna ricompensa possa essere davvero proporzionata alla fatica.

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