Marzo comincia in un sole umido, incerto nella bruma del mattino che risale l’instabile costa. È un movimento d’incertezza franosa, carica delle piogge recenti, nel miraggio di un sole che verrà. L’orto è a metà, fra ciò che è fiore e il letto d’attesa delle prossime semine. Guardo questa lentezza, questa ricerca di luce, questo mutamento incerto: questo mio inutile lavoro di dare ordine al selvaggio che è stato e che sicuramente tornerà.
Febbraio è un autunno che non se n’è mai andato, interrotto solo da poche ore bianche d’inverno. La nebbia ha cancellato il sole per settimane e la pioggia ha dato alla terra un peso opprimente, il peso delle cose che restano immutate perennemente. Otto gradi nella notte. Di giorno un sole pallido, fra le nuvole grigie e cariche Il nasturzio è seminato in serra, assieme a qualche spicchio d’aglio che a fatica mette fragili radici. La fava sparsa a novembre si alza, in cerca della primavera. Il Garbino, caldo secco, ululante, oggi incredibilmente manca.