L’Epifania apre la porta all’inverno. Dalle terre del Nord l’aria scende fino all’Adriatico, si carica d’umidità e diventa neve sulle prime colline di Romagna. Contemplo il bianco, assaggio il freddo che pizzica e resta. C’è timore in ciò che si fa fragile, scivoloso, incerto. Eppure c’è gioia nel vedere la natura fermarsi, respirare piano, addormentarsi senza affanno sotto la sua lucente coperta. Resto allora in attesa, smarrito in questo bianco, e ne accolgo la sfida come si accoglie il silenzio: senza difese.
La fine dell’anno porta una rivelazione. Il divino si fa presente nel sole di fine dicembre, quando la notte consegna un poco di freddo e il vento sa davvero d’inverno. È come una brezza serale nel pieno della calura: opposta e necessaria per nutrire la speranza. Occorre attraversare entrambi gli stati, spingerli al limite, per intravedere ciò che colma oltre l’illusione persistente del tutto vano, del tutto affidato alle ordinate legioni dei conquistatori, della loro branata gloria, che si afferma schiacciando.