Febbraio è un autunno che non se n’è mai andato, interrotto solo da poche ore bianche d’inverno. La nebbia ha cancellato il sole per settimane e la pioggia ha dato alla terra un peso opprimente, il peso delle cose che restano immutate perennemente. Otto gradi nella notte. Di giorno un sole pallido, fra le nuvole grigie e cariche Il nasturzio è seminato in serra, assieme a qualche spicchio d’aglio che a fatica mette fragili radici. La fava sparsa a novembre si alza, in cerca della primavera. Il Garbino, caldo secco, ululante, oggi incredibilmente manca.
L’Epifania apre la porta all’inverno. Dalle terre del Nord l’aria scende fino all’Adriatico, si carica d’umidità e diventa neve sulle prime colline di Romagna. Contemplo il bianco, assaggio il freddo che pizzica e resta. C’è timore in ciò che si fa fragile, scivoloso, incerto. Eppure c’è gioia nel vedere la natura fermarsi, respirare piano, addormentarsi senza affanno sotto la sua lucente coperta. Resto allora in attesa, smarrito in questo bianco, e ne accolgo la sfida come si accoglie il silenzio: senza difese.