Inizio aprile è un passaggio apparente di fioriture, in un vento fresco, sotto un sole appena nato e tra le tardive, fradicie abbondanze di bianca neve appenninica vista in lontananza. Aprile è un turbinio di pensieri agitati da un vento teso, adriatico, che non sa di primavera né d’inverno. Si ferma nelle tempie e crea una nebbia che contrasta con il nuovo sole. È voglia di partire restando immobili, è voglia di riposare agitandosi. Ammiro la peonia e le nuove margherite, che donano colore e mi illudono dell’estate.
Marzo comincia in un sole umido, incerto nella bruma del mattino che risale l’instabile costa. È un movimento d’incertezza franosa, carica delle piogge recenti, nel miraggio di un sole che verrà. L’orto è a metà, fra ciò che è fiore e il letto d’attesa delle prossime semine. Guardo questa lentezza, questa ricerca di luce, questo mutamento incerto: questo mio inutile lavoro di dare ordine al selvaggio che è stato e che sicuramente tornerà.